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L’innovation coach

Il think tank interdisciplinare W.I.R.E. studia gli effetti della digitalizzazione sull’economia e la società. Il fondatore e direttore Stephan Sigrist ritiene che nel progresso tecnologico bisognerebbe tornare a concentrarsi sul fattore umano.

Testo: Brigitte Ulmer | Foto: Robert Huber

La passione fa la differenza.

Audi Magazine: Di professione lei si occupa di scenari futuri. Personalmente, qual è la sua visione futura preferita?
Stephan Sigrist: Quella in cui ho il tempo e la libertà di dedicarmi ai miei interessi lavorativi e privati. Una visione in cui, per semplificarmi la quotidianità, è sicuramente fondamentale anche la tecnologia. Se in futuro non fossi più distratto da mansioni amministrative e potessi delegare le cose che non mi piace fare, potrei trascorrere più tempo con i miei figli oppure analizzare in modo ancora più approfondito le questioni veramente importanti che influenzeranno l’economia e la società di domani.
Sistemi di assistenza per le auto, robot aspirapolvere, traduttori automatici: già oggi la tecnica sostituisce l’uomo in molte attività. Presto metteremo la nostra vita nelle mani della tecnologia?
Non sono di quelli che amano prefigurare un futuro dagli scenari fantascientifici estremi, piuttosto lo immagino caratterizzato da realtà più vivibili. Nell’avvenire sarà necessario conciliare il potenziale dei cambiamenti tecnologici con le esigenze delle persone e della società.
La digitalizzazione tende a sopraffare l’uomo? Oppure rappresenta un ausilio geniale per progredire?
Al momento siamo molto influenzati da un’idea di futuro in cui la tecnologia delinea le condizioni generali e l’uomo vi si adegua. Negli ultimi anni questa concezione ha interessato i luoghi di lavoro, la mobilità e l’urbanistica. Per esempio le città sono diventate più a misura di automobile, ma ci si è dimenticati delle persone. In futuro, quindi, non si tratterà tanto di realizzare ciò che è tecnicamente fattibile, bensì di tornare a puntare sull’obiettivo di base dell’innovazione: creare benefici per l’uomo e la società. Nell’economia di piattaforma, come nel caso di Airbnb o Uber, si è badato troppo al valore aggiunto individuale, trascurando il quadro generale e dunque le conseguenze per la società.
La mobilità è uno degli ambiti in cui si prospettano cambiamenti radicali. Secondo lei, che ruolo avrà l’automobile in futuro?
In futuro non sarà più possibile concepirla come un mezzo di trasporto di massa. Se invece l’automobile sarà considerata un mezzo di trasporto individuale che offre anche uno spazio dove le persone possono isolarsi dall’esterno, allora sopravvivrà. La mobilità, infatti, è un diritto fondamentale che ha procurato benessere e libertà individuale. Evidentemente anche in futuro non ci si vorrà privare della possibilità di spostarsi da un luogo all’altro in qualsiasi momento. Non penso però che arriveremo a muoverci su mezzi identici per tutti. Finché esisterà il genere umano, lo status avrà la sua importanza. Dovremo rinunciarci solo perché un giorno disporremo di veicoli a guida autonoma? Non credo proprio, anzi.

Stephan Sigrist ha studiato biochimica al PF di Zurigo e ha lavorato come ricercatore medico presso Hoffmann-La Roche e come consulente aziendale. Nel 2008 ha fondato il think tank W.I.R.E., che si occupa delle interazioni tra scienza, economia e società. L’istituto offre consulenze alle aziende e agli enti pubblici al fine di rafforzarne l’innovatività.

A Stephan Sigrist
Lo status, in quanto bisogno primordiale, continuerà dunque a fungere da motore dell’economia.
Assolutamente. È una forma di differenziazione personale. I costruttori automobilistici potrebbero sfruttarne ancora l’elevato potenziale, ma purtroppo negli ultimi anni abbiamo assistito a una certa omogeneizzazione. Dato che ci muoviamo in un mercato fortemente orientato all’efficienza, spesso agli imprenditori è mancato il coraggio di andare in un’altra direzione.
Con le autovetture autonome si prefigura una guida radicalmente diversa da quella attuale. Una promessa di maggiore libertà?
Ritengo che alla fine ci si evolverà verso una mobilità assai variegata. La guida autonoma è soltanto un ambito di innovazione. Nei centri urbani non sarà applicabile per moltissimo tempo ancora, visto il grado di complessità estremamente elevato di tali contesti. Per tratti stradali più lunghi appositamente riservati, come singole corsie autostradali, la guida autonoma è invece realistica. Ampliando la prospettiva si potrebbe però anche sfruttare lo spazio finora destinato alla ferrovia. Invece di spostare 100 000 tonnellate di acciaio, potrebbero circolare mezzi più leggeri. Ma una domanda è inevitabile: l’uomo, che si è battuto per ottenere il diritto alla mobilità individuale, sarà disposto a rinunciarvi nuovamente? Al centro della mobilità del futuro ci sarà un concetto molto più ampio che connette svariati mezzi di trasporto e che considera anche la pianificazione urbana o i modelli lavorativi. In concreto non si tratterà soltanto di massimizzare la mobilità, ma di consentire l’immobilità. Ad esempio attraverso la possibilità di rifornirsi dei principali beni quotidiani nella zona dove si vive oppure tramite modelli lavorativi che riducono il ricorso al pendolarismo e permettono di realizzare parte degli scambi mediante la comunicazione virtuale.
Con Aicon, recentemente Audi ha già presentato il concept di una vettura a guida autonoma che conosce le esigenze del conducente e al contempo tiene conto della presenza degli altri utenti della strada. Come ne valuta i benefici?
L’idea si basa sull’ipotesi che la personalizzazione avvenga tramite l’interazione uomo-macchina. La macchina mi conosce e si adatta. Forse però a un certo punto voglio che la tecnologia si faccia da parte e mi ceda il controllo. È un aspetto che tocca una delle questioni fondamentali: in quali ambiti si è disposti a lasciare il controllo alla tecnica e con quale grado di immersività? E che beneficio si ottiene delegando le proprie decisioni a un algoritmo? Ma anche: in che misura la macchina è effettivamente in grado di riconoscere i miei bisogni personali nelle singole situazioni? Non si può quantificare tutto ciò che caratterizza una persona. Le esigenze quotidiane possono essere previste solo in modo molto limitato dagli algoritmi.

«Alla base della vera innovazione deve esserci un beneficio per le persone e la società.»

Anche per il mondo del lavoro si annunciano grandi stravolgimenti.
Non credo alla previsione secondo cui andrà perso il 60% di tutti i posti di lavoro. Sicuramente i servizi e i processi standardizzati saranno automatizzati. Sul mercato del lavoro, pertanto, andrebbero incentivate quelle competenze con cui le macchine non possono competere: l’analisi critica, ad esempio. Si aggiungeranno nuove attività che richiederanno sempre più creatività e immaginazione. In ambiti come la cura e per esempio il giardino, dove si tratta di saper riconoscere le cose, il lavoro non può essere affidato solamente a degli algoritmi poiché questi hanno ancora grandi difficoltà nel riconoscimento degli oggetti. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo continuato a standardizzare molte attività, esponendo l’uomo al rischio di essere sostituito dalle macchine. Questa tendenza va invertita, scegliendo di avvalersi delle persone nello svolgimento di processi non ripetitivi.
Dal suo punto di vista, quali sono oggi i compiti principali della tecnologia e della ricerca?
Dovrebbero tornare a focalizzarsi sul fattore umano. La tecnologia offre delle basi, ma al centro devono stare i benefici. Questo richiede una comprensione più ampia dell’innovazione. Stiamo lavorando a una nuova pubblicazione dal titolo «Il prossimo Illuminismo». Fondamentalmente la risposta ai nuovi presupposti tecnologici non sta nell’aggiungere altra tecnologia, bensì nel modificare le competenze delle persone. Alla base ci sarebbe un nuovo Illuminismo, simile a quello originario, che con il pensiero razionale liberò l’umanità da ideologie superate. Abbiamo sempre più opportunità per plasmare la nostra vita e il mondo. Tuttavia dobbiamo anche imparare ad affrontarne la crescente complessità, ad esempio l’accesso quotidiano a un numero sempre maggiore di dati. Molte persone si sentono sempre più sopraffatte da questo aspetto. Questo Illuminismo esige un rafforzamento della responsabilità personale e del pensiero critico, in modo da poter dar forma al futuro e non percepirlo semplicemente come uno tsunami che nessuno può influenzare. In fondo si tratta di una trasformazione culturale che ci aiuta a liberarci ancora una volta da una nuova immaturità: la convinzione che le macchine controllino tutto.
Lei è comunque ottimista?
Assolutamente. Purché utilizziamo le intelligenze artificiali come strumenti che ci aiutano a decidere meglio. Non dovremmo però impigrirci e delegare tutto.